Le recenti cronache da Sollicciano sulle condizioni interne all’istituto, con corredo di lettere di denuncia ai giornali e servizi in tv, purtroppo non ci riportano nessuna novità, niente che già non fosse noto.

Niente che negli anni che abbiamo frequentato l’istituto non si sia  stati “abituati” a sapere, rinchiusi fin qui in un bozzolo di rassegnazione, di coscienza anestetizzata che ci ha fatto tollerare il tutto

Va da sé che con l’andare del tempo le deficienze strutturali, ambientali, trattamentali ed igienico sanitarie non hanno potuto che aggravarsi. Ma Sollicciano dal momento della sua apertura non è mai stato un luogo che potesse davvero definirsi organizzato e civile. Nessuna novità.

Dobbiamo però anche dire che tutti i protagonisti dell’universo separato che chiamiamo carcere, decisori ed esecutori – personale civile, agenti penitenziari, funzionari pedagogico/trattamentali, personale sanitario, magistratura di sorveglianza, ministri di culto, operatori sociali, volontari laici e religiosi, amministratori pubblici, associazioni ed ogni altro “addetto ai lavori“ – naturalmente per gradi diversi e ognuno per il suo ruolo, tutti sono responsabili per non aver saputo reagire adeguatamente a questa situazione. O per non averlo fatto abbastanza, a volte un ‘proforma’.

Firenze, la città di Alessandro Margara ed Ernesto Balducci non lo merita davvero.

A questo proposito, va anche rilevato che a fronte delle condizioni ipercritiche in cui versa il carcere di Firenze, esistono di contro in questo territorio attenzioni, investimenti e progettualità del pubblico e del privato sociale ben diverse e ben più mature di quanto invece succede dietro quelle mura. Stiamo parlando di accoglienza, progetti di reinserimento, percorsi di cura e accompagnamento delle persone, certo insufficienti ma reali, concreti, intellettualmente onesti. A maggior ragione fa rabbia e tristezza tutto il resto.

Proprio Alessandro Margara diceva spesso che il carcere è in questo stato non perché si siano fatti o si facciano errori di gestione, ma perché si è voluto e si vuole che sia proprio così. La sua essenza punitiva tende costantemente a prevalere.

Il carcere è comunque quanto al momento siamo costretti a subire in assenza di altre risposte più adeguate e più avanzate. Se il carcere però, nei fatti, genera solo la perdita della speranza di cambiamento, è proprio a questo che pensiamo di dover reagire.

Chiediamo alle associazioni e ai singoli operatori che lavorano dentro e fuori gli Istituti di pena fiorentini di avviare o, se si preferisce, di riprendere una riflessione e un dialogo sui temi di questa lettera.

Proviamo da parte nostra a suggerire due argomenti per la discussione:

  • il regolamento penitenziario, con particolare riferimento all’istituzione e al funzionamento della commissione detenuti, ruolo e funzioni per questa previsti formalmente. Questo con l’obiettivo, fra gli altri, di dare maggior corpo e migliore organizzazione ai pensieri, ai discorsi e alle istanze direttamente espresse dai detenuti. 
  • Il rapporto fra carcere e terzo settore. Il nostro ruolo nei programmi delle misure alternative al carcere, la qualità di questi programmi, l’organizzazione dei servizi per chi esce e ruolo e qualità della nostra presenza all’interno dell’istituto.

Sappiamo bene di intervenire in una situazione molto vicina alla metastasi irreversibile. 

Ma, fuori da ogni utopia, vorremmo spendere il nostro ruolo per tentare di reinterpretare con  senso e buonsenso civile il sistema carcere fiorentino e le sue strutture di detenzione; provare a farne luoghi  trasparenti  agli occhi e alla mente della città,  luoghi dove eseguire la pena – e la forma carcere non è ancora superabile, almeno non del tutto, per tale funzione – non debba per forza significare sporcizia, abbandono, malattia, ignoranza, violenza, incuria, cattiveria, ottusità, rassegnazione e disperazione.

Ma è davvero così utopico da risultare impossibile?

C.I.A.O.

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